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Puntata 2: Il Fondo della Bottiglia


​I.
​Il peso della calibro 38 contro le costole era un battito cardiaco artificiale, freddo e costante. Ralph camminava lungo il marciapiede della Route 17, mentre i fari delle auto di passaggio tagliavano la nebbia serale come lame gialle. Ogni volta che una pattuglia della polizia locale rallentava nei pressi dell'incrocio, lui infilava le mani nelle tasche e stringeva i denti fino a farsi dolere la mascella.
​Non era un criminale. Fino a tre giorni prima, la sua più grande infrazione era stata un divieto di sosta davanti al cinema di Paramus. Eppure, con il metallo della pistola che gli premeva sul petto, sentiva che lo stabilimento Ford non aveva chiuso solo i cancelli: aveva cancellato anche l'uomo che era stato per trent'anni.
​Entrò da Gus & Mary, una tavola calda aperta ventiquattr'ore su quattro con le cameriere che avevano i capelli cotonati e l’insegna al neon che friggeva a intermittenza. L'aria sapeva di grasso bruciato, caffè riscaldato troppe volte e fumo di sigaretta.
​Si sedette nell'ultimo separé in fondo, quello con la finta pelle rossa tagliata da un vecchio colpo di lametta. Ordinò un caffè nero e un boccale di birra economica. Il mix di caffeina e alcol era l'unica cosa in grado di tenere a bada il tremore delle sue mani.
​«Hai una brutta cera, Ralphie», disse Mary, posando la tazza con un tonfo sordo. Aveva le occhiaie profonde di chi passa la vita a servire gente che non ha un posto dove andare. «Tuo padre mi diceva sempre che la fretta è una cattiva consigliera. Tu sembri uno che sta correndo troppo forte».
​«Mio padre è morto con i polmoni pieni di amianto e quaranta dollari nel portafoglio, Mary», rispose Ralph, senza guardarla negli occhi. «Forse avrebbe dovuto correre un po' più forte anche lui».
​II.
​Uscito dalla tavola calda, il freddo lo colpi di sbieco. Era quella tipica notte del New Jersey in cui l'umidità della palude si mescola al gelo dell'inverno, penetrando nelle ossa fino a farti dimenticare cosa sia il calore.
​Ralph salì sulla Chevy. Il motore fece tre giri a vuoto, sputando fumo dal tubo di scappamento, prima di accendersi con un sussulto. La lancetta della benzina era piantata sulla linea rossa della riserva, immobile come il destino di Mahwah. Aveva esattamente tre dollari e cinquanta centesimi in tasca. Nemmeno abbastanza per un gallone di super e un pacchetto di Camel.
​Guidò verso la periferia, dove le villette a schiera prefabbricate lasciavano il posto ai capannoni industriali dismessi e ai depositi di legname. Lì, in un vicolo cieco dietro lo scalo merci, sorgeva il Club Front.
​Non era un bar per operai onesti. Era il posto dove andavi quando il Red Hawk ti aveva cacciato o quando avevi bisogno di qualcosa che non potevi comprare alla luce del sole. Un seminterrato umido, illuminato solo da una lampadina nuda sopra il tavolo da biliardo e dalle scritte al neon della Schlitz.
​Quando Ralph spinse la porta di legno pesante, l’odore di umido e birra rancida lo investì. Dietro il bancone non c’era il bonario Stan, ma un uomo con la faccia segnata dal vaiolo chiamato "Il Greco", anche se nessuno sapeva da dove venisse veramente.
​«Johnny», grugnì Il Greco, usando il vecchio soprannome da strada di Ralph. «Pensavo fossi diventato un bravo ragazzo della classe operaia. Che ci fai qui? La Ford non vi dà più i turni di notte?».
​«La Ford ha chiuso, Greco», disse Ralph, sedendosi su uno sgabello traballante. «E io ho sete».
​III.
​Il Greco spinse una bottiglia di rye whisky a basso costo verso di lui. Ralph non chiese il prezzo; sapeva che lì dentro i conti si pagavano in modi diversi, o si accumulavano fino a quando qualcuno non veniva a cercarti con una spranga di ferro.
​Il primo bicchiere andò giù come fuoco liquido, ripulendogli la gola dal sapore del caffè scadente. Il secondo gli tolse la paura. Al terzo, la calibro 38 nella tasca non sembrava più un peso, ma una soluzione.
​Accanto a lui, un uomo con un cappello di feltro consumato stava contando un mazzo di banconote stropicciate, lccandosi il pollice a ogni pezzo da venti. Ralph lo fissò. Sentì una pulsazione violenta alla tempia. Quel denaro avrebbe pagato Henderson. Avrebbe riempito il serbatoio della Chevy. Avrebbe comprato un po' di tempo. Il tempo, pensò, è l'unica cosa che i ricchi hanno e che a noi vendono un minuto alla volta.
​«Guardi qualcosa che ti interessa, amico?», chiese l'uomo col cappello, accorgendosi dello sguardo di Ralph. Aveva i denti ingialliti e gli occhi piccoli e maligni di un topo di fogna.
​Ralph avvertì la mano destra muoversi da sola, scivolando verso l'apertura della giacca, sfiorando il calcio ruvido della pistola. L’alcol gli stava dicendo che era facile. Bastava tirarla fuori, fare un passo indietro e dire le parole giuste.
​«Niente», rispose invece Ralph, la voce che uscì più roca di quanto volesse. «Guardavo solo il cappello. Mio padre ne aveva uno uguale».
​L'uomo sputò per terra e tornò a nascondere i suoi soldi. Ralph buttò giù il quarto whisky. Il fondo della bottiglia era vicino, e insieme a esso, il fondo della sua dignità.
​IV.
​Verso le due del mattino, il Club Front iniziò a svuotarsi. Restavano solo i fantasmi della notte: un vecchio alcolizzato addormentato sul tavolo d’angolo e un paio di autisti di camion che parlavano di carichi illegali di sigarette diretti a Boston.
​Ralph si alzò. La testa gli girava, ma le gambe reggevano. Quell’equilibrio precario che solo i bevitori accaniti conoscono. Pagò Il Greco lasciando sul bancone gli ultimi tre dollari storpiati.
​«Ti mancano cinquanta centesimi, Johnny», disse Il Greco, bloccando la mano di Ralph sul legno.
​«Te li porto domani, Greco. Lo sai che sono uno di parola».
​Il Greco lo guardò fisso, gli occhi grigi e vuoti come il fiume Hudson d'inverno. Poi abbassò lo sguardo sulla tasca della giacca di Ralph, dove la sagoma della 38 deformava il tessuto. Un piccolo sorriso sardonico apparve sulle sue labbra sottili.
​«Certo, Johnny. So che sei uno di parola. Ma attento a dove vai con quel ferro. Questa città è piena di gente che spara prima di parlare, e il cimitero di Mahwah ha il terreno troppo duro in questo periodo dell'anno».
​Ralph non rispose. Spostò il braccio, si girò e spinse la porta, uscendo nella notte che ormai odorava di pioggia imminente.
​V.
​La pioggia cominciò a cadere proprio mentre la Chevy imboccava la vecchia strada provinciale che portava verso i depositi di carburante. I tergicristalli, vecchi e consumati, lasciavano strisce di fango sul parabrezza, rendendo i fari della strada una sfocatura lattiginosa.
​Il calore del whisky stava svanendo, sostituito da una nausea fredda e da un'ira lucida. Ralph accese la radio. La manopola girò tra le scariche elettroniche fino a trovare una stazione locale che trasmetteva una vecchia ballata country. Una storia di treni, prigioni e donne perdute. Sembrava la colonna sonora del suo funerale.
​Sulla destra, isolata tra due lotti di terreno edificabile abbandonati, apparve l'insegna luminosa di una stazione di servizio della Sinclair. Era un vecchio avamposto di cemento con due sole pompe di benzina e una cabina di vetro dove il commesso passava la notte a leggere riviste di auto e a congelare dal freddo.
​Ralph rallentò. La Chevy si fermò sul ciglio della strada, a luci spente, sotto l'ombra di un grande pioppo morto.
​Il cuore riprese a battere in quel modo violento, ma stavolta non era paura. Era l'adrenalina dell'animale messo all'angolo che vede uno spiraglio nella recinzione.
​Niente macchine in giro. Solo il ticchettio della pioggia sul tetto di lamiera della Chevy e il rumore del tergicristallo sinistro che sbatteva contro il montante.
​«Solo cento dollari», sussurrò Ralph al parabrezza appannato. «Solo quello che mi serve per respirare un altro giorno».
​VI.
​Spense il motore. Il silenzio che seguì fu assoluto, rotto solo dal suo stesso respiro corto. Si passò una mano sul viso, asciugandosi il sudore freddo nonostante la temperatura interna della vettura fosse scesa rapidamente.
​Infilò la mano nella giacca. Impugnò la calibro 38. Il calcio di bachelite era caldo adesso, avendo assorbito il calore del suo corpo. La tirò fuori e la appoggiò sul sedile del passeggero, sopra un vecchio catalogo di pezzi di ricambio Ford.
​La guardò. Quell'oggetto non aveva sentimenti. Non sapeva nulla del licenziamento, di Henderson, del New Jersey o della fame. Era solo uno strumento. Come una chiave inglese, come un martello pneumatico. Serviva a fare un lavoro. E quella notte, Ralph aveva un lavoro da fare.
​Si tirò su il colletto della giacca di jeans per coprirsi il mento e si calò sul viso il berretto di lana scura. Prese la pistola, se la infilò nella tasca esterna destra, tenendo la mano fissa sul grilletto, e aprì la portiera.
​Il primo passo sul terreno fangoso lo fece quasi scivolare. L'odore di benzina e asfalto bagnato gli riempì i polmoni. Camminò verso la cabina di vetro, tenendo la testa bassa, mentre le gocce di pioggia gli sferzavano il collo.
​Attraverso il vetro, vide il ragazzo dietro il bancone. Non poteva avere più di vent'anni. Aveva le cuffie di un walkman sulle orecchie e muoveva la testa a ritmo di una musica che solo lui poteva sentire. Era felice, o almeno era tranquillo. Non sapeva che il mondo reale, quello fatto di ferro e disperazione, stava per sfondare la sua porta.
​VII.
​Ralph afferrò la maniglia di metallo della porta d'ingresso. Il campanello sopra la porta suonò con un tintinnio allegro, quasi infantile, che risuonò nella notte come un allarme.
​Il ragazzo dietro il bancone alzò gli occhi, un sorriso professionale già pronto sulle labbra, credendo si trattasse di un cliente tardivo in cerca di sigarette o di un caffè caldo. Ma il sorriso si sfece all'istante, scomparendo come cera sul fuoco, quando vide gli occhi di Ralph.
​Non erano gli occhi di un cliente. Erano gli occhi di un uomo che aveva superato la linea.
​Ralph non disse una parola. Sollevò il braccio destro, togliendo la mano dalla tasca. La canna scura della calibro 38 si tese in avanti, puntata dritta al petto del ragazzo, stabile e immobile come se fosse saldata al suo braccio da anni di catena di montaggio.
​La luce al neon della stazione di servizio riflesse sul metallo dell'arma, illuminando la camera di cartucce dove i proiettili d'ottone aspettavano solo un ordine dal dito di Ralph.
​«Apri la cassa», disse Ralph. La sua voce non era forte, ma aveva il suono del ferro che striscia sul cemento. «Fallo adesso, ragazzo, e nessuno si farà male».
​Il ragazzo del walkman sgranò gli occhi, le mani che cominciavano a tremare così violentemente da non riuscire a trovare le chiavi del registratore di cassa. La notte del New Jersey era appena diventata molto, molto più lunga.
​[La storia continua con la terza puntata: "Una Notte da Cani"]



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