Puntata 6: La Sentenza

I.
Il lunedì mattina portò con sé una luce livida, filtrata dalle alte finestre sbarrate del tribunale. L'aula era ancora più fredda del solito; il riscaldamento centrale emetteva un sibilo intermittente che ricordava il respiro affannoso di un vecchio moribondo. Ralph indossava lo stesso abito spiegazzato. Aveva passato la notte a fissare il soffitto della cella di transito, contando le crepe nell'intonaco come se fossero i giorni che gli restavano da vivere.
Il giudice John Brown entrò con la solita lentezza cerimoniale. La sua toga nera sembrava assorbire ogni barlume di speranza rimasto nella stanza. Si sedette, sistemò una pila di faldoni davanti a sé e batté il martelletto di legno sul ceppo. Un colpo solo, secco. Il silenzio che seguì fu assoluto.
«Udienza per la determinazione della pena nel caso dello Stato del New Jersey contro Ralph, noto anche come Johnny 99», annunciò la guardia giudiziaria.
Il giudice Brown si schiarì la gola, un suono roco che parve far vibrare i pannelli di quercia alle pareti. Fissò Ralph sopra la montatura dei suoi occhiali da lettura.
«Imputato, si alzi in piedi».
Ralph obbedì. Scostò la sedia con un rumore stridulo. Sentiva il peso di tutti gli sguardi della giuria – che era rimasta solo per assistere all'epilogo – e quello dei pochi presenti. Sarah non c'era, stavolta. Il suo posto in fondo alla sala era vuoto, e quel vuoto faceva più male di qualsiasi giurato ostile.
II.
«Signor Ralph», esordì il giudice Brown, la voce priva di qualsiasi inflessione teatrale. «La corte ha esaminato i verbali del processo, il rapporto della polizia e la valutazione dei danni subiti dalla vittima, il giovane Thomas Mitchell. La rapina alla Sinclair è stata un atto di violenza deliberata, commesso con un'arma da fuoco illegale e con un totale disprezzo per la vita umana».
«È stato un incidente, vostro onore», interruppe l'avvocato d'ufficio, alzandosi a metà. «Il colpo è partito durante una colluttazione emotiva, a causa dello stato di alterazione dovuto all'alcol e alla disperazione per il licenziamento...»
«Silenzio, avvocato», lo troncò il giudice con un gesto della mano. «La disperazione non è una licenza per uccidere o ferire. Il New Jersey ha delle leggi, e quelle leggi sono l'unico argine tra la civiltà e la giungla in cui lei, signor Ralph, ha deciso di inoltrarsi quella notte».
Il procuratore distrettuale sorrise, incrociando le braccia sul petto. Sapeva già come sarebbe andata a finire. Per lui, Ralph era solo un'altra pratica evasa con successo, un altro tassello per la sua prossima campagna elettorale.
III.
Il giudice Brown prese un foglio di carta intestata dello Stato e cominciò a leggere la formula ufficiale.
«In base agli articoli del codice penale riguardanti la rapina a mano armata, il possesso di arma da fuoco non denunciata e il tentato omicidio plurimo aggravato, questa corte la condanna a una pena detentiva da scontare presso il penitenziario di massima sicurezza di Stato».
Il giudice fece una pausa, guardando Ralph dritto negli occhi per la prima volta dall'inizio della settimana.
«La pena è fissata in novantanove anni. Senza possibilità di sconti per buona condotta prima che siano trascorsi almeno trentacinque anni di reclusione effettiva».
Novantanove anni. La parola fluttuò nell'aria dell'aula come un pezzo di piombo calato in un pozzo. Novantanove anni significavano che la sua vita finiva lì, a trentuno anni, in quell'esatto secondo. Non avrebbe mai più visto Mahwah, non avrebbe mai più guidato una macchina sulla Route 17, non avrebbe mai più tenuto una donna tra le braccia. Sarebbe diventato un vecchio con i capelli bianchi che muore su una branda di ferro, dimenticato da Dio e dagli uomini.
IV.
Un mormorio corse tra i banchi dei giornalisti, che cominciarono a scrivere freneticamente sui loro taccuini. Ralph, tuttavia, rimase immobile. La notizia non lo scosse come avrebbe dovuto; era come se una parte di lui avesse già saputo il numero esatto prima ancora che il giudice aprisse la bocca.
«Ha qualcosa da dichiarare, signor Ralph, prima che la sentenza venga messa agli atti?», chiese Brown.
Ralph fece un passo avanti, appoggiando le mani nodose sul bordo di legno del banco. Guardò il giudice, poi il procuratore, poi l'aula vuota dietro di sé. Un sorriso amaro, quasi di sfida, gli piegò le labbra.
«Novantanove anni, vostro onore?», disse Ralph, e la sua voce era incredibilmente calma, priva della rabbia che lo aveva consumato nei boschi del Club Front. «Questo è il prezzo che date alla mia vita? Venticinque dollari presi da una cassa e un ragazzo che ha preso un brutto colpo alla testa?».
«La legge non fa sconti sul valore della vita umana, imputato», rispose il giudice con freddezza.
«Allora fatemi un favore, giudice John Brown», continuò Ralph, alzando la voce in modo che risuonasse contro l'alto soffitto. «Se avete un briciolo di coraggio sotto quella toga nera, cambiate quella sentenza. Prenda quel pezzo di carta e ci scriva sopra un'altra cosa».
V.
L'aula tornò a farsi silenziosa come una tomba. Persino i giornalisti smisero di scrivere, con le penne sospese a mezz'aria. Il giudice Brown strinse i pugni sul tavolo.
«Cosa sta dicendo, Ralph?».
«Sto dicendo che novantanove anni sono solo un modo lento e vigliacco per farmi marcire», gridò Ralph, la rabbia che tornava a scorrere come acido nelle sue vene. «Andate fino in fondo. Se ritenete che io non valga più nulla per questo mondo, se ritenete che il mio errore non possa essere pagato in nessun altro modo, allora chiedete la sedia elettrica. Mi sentatelo sulla sedia di ferro di Trenton e tirate la leva!».
L'avvocato d'ufficio gli afferrò un braccio, cercando di tirarlo giù. «Ralph, per l'amor di Dio, taci! Stai peggiorando le cose!».
«No!», urlò lui, liberandosi dalla presa con uno strattonamento violento. «Voglio che mi guardino in faccia quando mi tolgono la vita! Non voglio morire un giorno alla volta in una gabbia di pietra mentre Mahwah diventa ruggine e voi ve ne andate a casa a cenare con le vostre famiglie! Giudice Brown, sia uomo fino in fondo: mi dia la morte, non il tempo!».
VI.
Il giudice John Brown rimase immobile per diversi secondi. Per la prima volta, la sua maschera di pietra parve incrinarsi, rivelando una profonda, stanca tristezza. Non cambiò la sentenza. Sapeva che lo Stato non concedeva la pena di morte con tanta facilità per un tentato omicidio, anche se efferato. Ma le parole di Ralph lo avevano colpito dove la legge non poteva proteggerlo.
«La sentenza resta immutata», disse infine il giudice, la voce che sembrava improvvisamente più vecchia di dieci anni. «Le guardie allontanino l'imputato».
Due agenti della Polizia di Stato, massicci e con le facce serie sotto i cappelli a tesa larga, afferrarono Ralph per le braccia. Gli fecero scattare di nuovo le manette dietro la schiena, stavolta stringendole fino a fargli uscire il sangue dai polsi.
Mentre lo trascinavano fuori dall'aula attraverso la porta laterale, Ralph continuò a gridare, con gli occhi sbarrati fissi sul giudice: «Novantanove anni! Avete spento il fuoco alla Ford e ora spegnete me! Ma non mi piegherò alla vostra prigione!».
VII.
Il viaggio verso il Penitenziario di Stato del New Jersey, a Trenton, fu un lungo calvario di asfalto e pioggia. Ralph viaggiava sul retro di un furgone blindato, senza finestre, con le mani legate a una catena fissata al pavimento. Il rumore delle ruote sul cemento dell'autostrada era un lamento continuo.
Ogni volta che il furgone rallentava per un casello o una curva, Ralph pensava alla Route 17. Pensava alla sua Chevy abbandonata nel fango, con la portiera di un altro colore che chissà chi avrebbe mai ritrovato. Pensava a suo padre, che era morto tossendo nei letti d'ospedale della contea, e pensò che, dopotutto, lui aveva scelto una fine diversa. Più violenta, più sporca, ma sua.
Il furgone si fermò. Le porte posteriori si aprirono con un fragore metallico, rivelando i giganteschi muri di pietra grigia di Trenton. Il filo spinato brillava sotto la pioggia sottile come una corona di spine.
Una guardia con un manganello di legno in mano lo guardò dal basso.
«Benvenuto a casa, Johnny», disse la guardia, con un sorriso sinistro. «Qui dentro il tempo non passa mai, ma ti assicuro che abbiamo abbastanza spazio per tutti i tuoi novantanove anni».
Ralph scese dal furgone, offrendo la schiena alla pioggia. Guardò il cielo grigio sopra il penitenziario e seppe che quella era l'ultima volta che avrebbe visto l'orizzonte senza una grata a tagliarlo in pezzi.
[La storia continua con la settima puntata: "Dietro il Muro di Pietra"]
Maurizio






