Puntata 4: La Caccia di Club Front

I.
​I fari della Chevy erano spenti, ma i lampi blu e rossi dei lampeggianti della Polizia di Stato tagliavano il cielo alle sue spalle come un'aurora boreale impazzita. Ralph guidava usando solo la memoria, i muscoli delle braccia che ricordavano ogni curva della vecchia strada sterrata che portava ai boschi dietro il Club Front. Le ruote posteriori slittavano sul fango viscido, e ogni sobbalzo faceva saltare la calibro 38 sul sedile del passeggero.
​Il motore emetteva un sibilo sinistro, un fischio acuto che indicava che una cinghia stava per cedere o che il radiatore stava finendo l'acqua.
​«Resisti, vecchia mia», sussurrava Ralph, stringendo il volante deformato. «Ancora un miglio. Solo un miglio».
​La strada finiva in una radura circondata da pini neri e scheletrici, dove la vegetazione delle paludi diventava così fitta da inghiottire la luce dei fari della polizia. Ralph accostò la macchina sotto una tettoia di rami bassi, spense il quadro ed estrasse la chiave. Il silenzio che seguì fu quasi doloroso, interrotto solo dal ticchettio del metallo caldo che si raffreddava sotto la pioggia battente.
​Prese i venticinque dollari dal sedile, se li infilò nella tasca posteriore dei jeans, e impugnò la pistola. Era ancora tiepida. Uscì dall'auto, affondando fino alla caviglia nel fango nero e melmoso delle Meadowlands.
​II.
​Il bosco era un labirinto di ombre e rami che gli graffiavano la faccia. Ralph camminava a testa bassa, sentendo il rumore degli scarponi che affondavano nel terreno bagnato. Dietro di lui, a meno di mezzo miglio, sentì il rumore delle portiere delle auto della polizia che si chiudevano di colpo. Poi, le prime voci.
​«Disperdetevi sul perimetro! Attenti, il soggetto è armato e pericoloso!».
​Il suono dei megafoni distorceva le parole, trasformandole in grugniti metallici. Poi arrivò il suono che Ralph temeva di più: il latrato profondo e ritmico dei pastori tedeschi della scorta cinofila. Avevano trovato la Chevy. Avevano fiutato l'odore della sua paura sul sedile di finta pelle.
​Ralph accelerò il passo, quasi correndo tra gli alberi. Il cuore gli batteva così forte in gola che riusciva a sentire il flusso del sangue nelle orecchie. Scivolò su una radice bagnata, cadendo in avanti sulle ginocchia. La calibro 38 gli sfuggì di mano, finendo tra le foglie marce. Frugò nel buio, con le dita nel fango, preso dal panico all'idea di perdere l'unica cosa che lo teneva ancora in vita. Quando la ritrovò, il meccanismo del tamburo era pieno di terra. La ripulì alla meglio sulla giacca, respirando affannosamente.
​«Non mi prenderete così», mormorò, rialzandosi a fatica. «Non in questo fango».
​III.
​Davanti a lui, tra le fronde degli alberi, apparve la sagoma scura del retro del Club Front. Le luci della taverna erano spente, ma una debole lampadina gialla illuminava la porta sul retro, quella usata per scaricare le casse di liquori di contrabbando.
​Ralph si diresse verso la porta, barcollando. Colpì il legno pesante con tre colpi rapidi, poi altri due. Era il segnale che usavano gli autisti dei camion.
​Nessuna risposta. Solo il latrato dei cani che si faceva sempre più vicino, tanto da sentire lo schiocco dei loro denti nell'aria fredda.
​«Greco!», urlò Ralph, colpendo la porta con un calcio. «Greco, apri questa maledetta porta! Sono Johnny!».
​Si sentì un rumore di catene dall'interno. La porta si aprì di pochi centimetri, rivelando la faccia segnata dal vaiolo del Greco. Nei suoi occhi non c'era la solita freddezza cinica; c'era la paura di chi sa che lo Stato sta arrivando a fare pulizia.
​«Sei pazzo, Johnny?», sibilò Il Greco, afferrandolo per la giacca e tirandolo dentro l'edificio prima di richiudere le mandate. «La polizia ha isolato tutta la contea. Dicono che hai sparato a un ragazzino alla Sinclair. È vero? Hai ucciso quel ragazzo, Johnny?».
​«Io... non volevo», rispose Ralph, crollando sul pavimento di cemento del magazzino, tra scatoloni di whisky e fusti di birra vuoti. «È stato un incidente. La pistola è partita da sola. Ha sbattuto la testa... Greco, devi aiutarmi a uscire da qui. Fammi salire su un camion diretto a sud».
​IV.
​Il Greco lo guardò dall'alto in basso, lo straccio viscido ancora in mano. Poi lo sguardo dell'uomo scivolò sulla calibro 38 che Ralph stringeva ancora nella mano destra.
​«Nessun camionista ti caricherà con quella faccia e quella pistola, Johnny», disse Il Greco, la voce che tornava a farsi fredda e distaccata. «Il ragazzo della stazione di servizio è in terapia intensiva a Hackensack. Ha il cranio fratturato. Se muore, per te è sedia elettrica. La Polizia di Stato non sta cercando un ladro di galline; sta cercando un assassino».
​«Non sono un assassino!», gridò Ralph, alzandosi in piedi di scatto. «Lavoravo alla Ford! Sono dieci anni che mi spacco la schiena per questa città!».
​«Alla Ford non importa più nulla di te, e nemmeno alla legge», rispose Il Greco, facendo un passo indietro verso il bancone dove teneva il suo fucile a canne mozze. «Senti i cani? Sono fuori nel mio piazzale. Se rimani qui, distruggeranno il mio locale. Devi andartene, Johnny. Adesso».
​«Mi stai cacciando? Dopo tutti i soldi che ho lasciato su quel bancone?».
​«È il business, Johnny. Niente di personale». Il Greco allungò la mano verso la tasca interna del cappotto.
​Ralph vide il movimento. La rabbia che aveva accumulato nei giorni precedenti, l'umiliazione del licenziamento, la minaccia di Henderson e la disperazione della rapina si fusero in un unico istante di pura follia. Sollevò la calibro 38 e la puntò dritta alla fronte del Greco.
​«Non muoverti», disse Ralph, e la sua voce non tremava più. Era fredda come il ghiaccio del Ramapo. «Dammi le chiavi della tua macchina. Quella Lincoln nera nel retro».
​V.
​Il Greco rimase immobile, le mani sollevate all'altezza delle spalle. Il sudore gli brillava sulle guance butterate. Capì che Ralph non era più l'operaio disperato che cercava una birra per dimenticare; era un uomo che aveva perso ogni legame con la realtà.
​«Le chiavi sono sul gancio vicino alla cassa», disse Il Greco, parlando lentamente. «Prendile. La macchina è tua. Ma non sparare, Johnny. Abbiamo tutti una famiglia».
​Ralph si mosse lateralmente, tenendo la pistola fissa sul Greco. Raggiunse il bancone, afferrò il pesante mazzo di chiavi con il logo della Lincoln e fece tre passi indietro verso la porta sul retro.
​Proprio in quel momento, la vetrata principale del Club Front andò in frantumi con un boato tremendo. Due torce ad alta intensità tagliarono il buio del locale, seguite dalle sagome scure degli agenti della Polizia di Stato in divisa grigia.
​«Polizia! Fermi tutti! Mani in alto!».
​Il Greco si buttò a terra dietro il bancone di legno. Ralph non ci pensò due volte: spalancò la porta sul retro e si buttò nella notte, mentre un colpo di fucile a pompa polverizzava lo stipite di legno a pochi centimetri dalla sua testa.
​VI.
​La Lincoln Continental nera era parcheggiata sotto il porticato sul retro. Ralph infilò la chiave nella serratura, aprì la portiera e si lasciò cadere sul sedile di pelle morbida. Il motore V8 si accese al primo colpo con un rombo cupo e potente.
​Schiacciò l'acceleratore, facendo sobbalzare la grande vettura americana sul terreno accidentato. Ma non fece in tempo a raggiungere la strada principale.
​Due auto della Polizia di Stato svoltarono l'angolo del magazzino, bloccando l'uscita con le fiancate. I fari abbaglianti investirono in pieno il parabrezza della Lincoln. Ralph inserì la retromarcia, le ruote gridarono sull'asfalto, ma dietro di lui un'altra pattuglia aveva già sbarrato la via di fuga.
​Era intrappolato. Un cerchio di luci rosse, blu e bianche lo circondava a 360 gradi.
​«Ralph Ralphie! Spegni il motore e scendi dal veicolo con le mani sulla testa!», ordinò una voce tonante attraverso l'altoparlante di una delle pattuglie. «Sei circondato. Non hai vie d'uscita».
​Ralph spense il motore. Il silenzio tornò nell'abitacolo della Lincoln, ma fuori c'erano almeno una dozzina di agenti con i fucili puntati contro di lui. Guardò la calibro 38 sul sedile del passeggero. Pensò di portarsela alla tempia e farla finita lì, in quella macchina che non era sua, in una notte che non voleva finire.
​VII.
​Poi guardò le sue mani sul volante. Erano ancora le mani di un operaio. Mani che avevano costruito cose, mani che avevano amato. Non voleva morire come un cane nel fango del New Jersey.
​Aprì la portiera della Lincoln con gesti lenti, calcolati. Lasciò la pistola sul sedile. Alzò le mani sopra la testa ed uscì dall'auto, affrontando la pioggia che continuava a cadere incessante.
​Immediatamente, tre agenti gli furono addosso. Lo sbatterono violentemente contro la fiancata calda della Lincoln, premendogli la faccia sul metallo bagnato. Gli tirarono le braccia dietro la schiena con una forza brutale, e il metallo freddo e stretto delle manette scattò intorno ai suoi polsi con un suono secco.
​«Ti abbiamo preso, Johnny», disse uno degli agenti, spingendogli la testa verso il basso mentre lo conduceva verso il sedile posteriore della pattuglia.
​Ralph non disse nulla. Mentre l'auto della polizia si muoveva, lasciandosi alle spalle le luci del Club Front, guardò fuori dal finestrino con le sbarre. Vide i cartelli stradali di Mahwah svanire nell'oscurità. La caccia era finita. Ora cominciava il viaggio nel sistema.
 
​[La storia continua con la quinta puntata: "Il Processo di Fango"]
 
Maurizio Cicchetti

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