Puntata 3: Una Notte da Cani

I.
​Il tempo si dilatò, trasformandosi in una sostanza densa e appiccicosa come l'olio esausto dei motori. Il ragazzo dietro il bancone rimase immobile per due lunghissimi secondi, con le cuffie del walkman che gli erano scivolate sul collo, emettendo un ronzio metallico acuto e distorto. Sembrava una mosca intrappolata in un bicchiere.
​«Muoviti», ripeté Ralph. La canna della calibro 38 non tremava, ma dentro di lui ogni organo si stava ribellando. Il whisky che aveva in corpo era diventato aceto, un nodo acido che gli premeva contro il diaframma.
​«I-io... non ho la chiave della cassaforte a muro», balbettò il ragazzo, la voce interrotta da un singhiozzo di puro terrore. Aveva le guance rosse e la pelle liscia di chi non ha ancora dovuto radersi tutti i giorni. «Ho solo... ho solo quello che c'è nel registratore. Saranno quaranta dollari, forse cinquanta. La prego, signore».
​«Prendili. Tutti».
​Il ragazzo colpì il tasto CASH con il palmo della mano. Il cassetto di metallo scattò in avanti con un suono secco, un clang che a Ralph sembrò forte come lo sparo di un cannone. Le dita del giovane commesso cominciarono a frugare tra gli scomparti, afferrando banconote da uno, da cinque e un paio di pezzi da dieci stropicciati. Erano pochi spiccioli. Una miseria per cui rischiare la galera, una miseria per cui vendere l'anima.
​«Mettili in un sacchetto. Quello di carta per i fari di ricambio», ordinò Ralph, muovendo un passo di lato per tenere d'occhio la grande vetrata. La Route 17 era ancora deserta, ma la pioggia stava diminuendo, e con la fine del temporale sarebbe aumentato il traffico dei camionisti notturni.
​II.
​Fu in quel preciso istante che le cose presero la piega sbagliata. Quella piega da cui non si torna più indietro.
​Una Chevrolet Nova di colore scuro svoltò nel piazzale della stazione di servizio senza accendere le frecce. I fari abbaglianti investirono in pieno la cabina di vetro, illuminando Ralph e il ragazzo come due attori su un palcoscenico di provincia. Il rumore del motore della Nova era pesante, sballato, il tipico rumore di un otto cilindri con una valvola bruciata.
​Ralph si voltò di scatto verso la vetrata, accecato dalla luce. Il panico, quello vero, freddo e viscido, gli artigliò la gola.
​Il ragazzo del walkman vide la distrazione. Non era un eroe, era solo un ragazzino spaventato che voleva sopravvivere, e il suo istinto gli tese una trappola. Invece di porgere il sacchetto di carta, si tuffò verso il basso, allungando la mano sotto il bancone dove il proprietario teneva una vecchia mazza da baseball o, forse, un secondo ferro.
​«No!», urlò Ralph.
​Il suo dito, contratto sul grilletto flessibile della calibro 38, rispose prima della sua mente. Non ci fu una decisione. Ci fu solo la pressione del dito, il percussore che scattò in avanti e l'innesco della cartuccia Remington che prese fuoco.
​III.
​Il boato all'interno della cabina di vetro fu assordante. Il fumo bianco dell'esplosione, denso e acre di zolfo, riempì immediatamente lo spazio ristretto, bruciando gli occhi e la gola di Ralph.
​La pallottola non colpì il ragazzo. Finì dritta contro l'espositore delle taniche d'olio per motori dietro di lui, perforando la plastica e facendo schizzare un liquido scuro e denso sulle pareti bianche. Ma il ragazzo, nel tentativo di schivare il colpo o per l'onda d'urto, batté violentemente la testa contro lo spigolo del registratore di cassa di ferro e cadde lungo disteso sul pavimento di linoleum, rimanendo immobile. Un filo di sangue scuro cominciò a farsi strada tra i suoi capelli chiari.
​Dall'auto appena arrivata fuori, la portiera lato guidatore si aprì. Un uomo corpulento, con una giacca di pelle nera lucida di pioggia, fece per scendere. Era il fontaniere della città, o forse un cliente qualunque. Ma quando vide il fumo dentro la cabina e la sagoma di Ralph con il braccio teso, si bloccò.
​«Ehi! Che diavolo succede là dentro?», gridò l'uomo della Nova, la voce coperta dal rumore della pioggia che ricominciava a picchiare forte sul tetto di lamiera.
​Ralph non rispose. Allungò il braccio oltre il bancone, afferrò il mucchio di banconote insanguinate dal registratore di cassa con la mano sinistra e si girò verso l'uscita. Il cuore gli spaccava le costole. Non sentiva più le gambe; si muovevano per puro riflesso nervoso.
​IV.
​Uscì dalla cabina correndo, con le scarpe che affondavano nel fango e nelle pozze d'olio del piazzale. L'uomo della Nova fece un passo indietro, spaventato, riparandosi dietro la portiera della sua vettura.
​«Non sparare, amico! Non ho visto niente!», urlò l'uomo, alzando le mani. Il terrore nella sua voce era lo specchio di quello che Ralph aveva dentro.
​Ralph non lo guardò nemmeno. Superò le pompe di benzina a grandi falcate, sentendo il freddo della pioggia che gli bagnava la faccia ma senza riuscire a raffreddare l'incendio che aveva in testa. Raggiunse la Chevy sotto il pioppo morto, aprì la portiera con un colpo secco e si buttò dentro.
​Infilò la chiave nel cruscotto con le dita che tremavano così tanto da rischiare di spezzarla.
​«Accenditi, maledetta troia, accenditi!», gridò contro il volante.
​Il motore tossì. Sputò un colpo di tosse metallico. Poi, con un ruggito sordo, prese giri. Ralph schiacciò il pedale dell'acceleratore a tavoletta. Le ruote posteriori slittarono nel fango, sollevando una nuvola di terra e detriti, prima di trovare presa sull'asfalto viscido della Route 17.
​La Chevy partì in avanti come un proiettile sbilenco, lasciandosi alle spalle le luci gialle della Sinclair e l'uomo della Nova che correva verso la cabina per chiamare aiuto.
​V.
​Guidò per miglia senza guardare lo specchietto retrovisore, con la calibro 38 abbandonata sul sedile del passeggero accanto alle banconote stropicciate. Il sangue sul denaro stava cominciando ad asciugarsi, diventando marrone e appiccicoso.
​L'alcol era svanito del tutto, lasciandogli in bocca il sapore amaro della bile e della paura pura. Aveva sparato. Aveva rapinato un posto. Forse quel ragazzo era morto. L'immagine del corpo disteso dietro il bancone, con il sangue che macchiava il pavimento, continuava a proiettarsi sul parabrezza come un film d'orrore.
​«Cosa hai fatto, Johnny? Cosa hai fatto?», continuava a ripetersi, usando quel nome da strada che ora suonava come una condanna.
​Imboccò una strada secondaria, una di quelle vecchie vie sterrate che costeggiavano le paludi delle Meadowlands, dove l'aria puzzava di uova marce e i canneti alti nascondevano i segreti della contea. Spense i fari. La macchina procedeva al buio, sobbalzando sulle buche profonde piene d'acqua.
​Si fermò sotto un vecchio cavalcavia ferroviario abbandonato. Il rumore della pioggia che batteva sul cemento sopra di lui creava un'eco cupa, claustrofobica.
​VI.
​Ralph accese la luce di cortesia dell'abitacolo. La lampadina fioca illuminò lo sfacelo. Contò i soldi. Ventidue dollari. Ventidue maledetti dollari e tre pezzi da uno. Tutto lì. Il valore della vita di quel ragazzo, il valore della sua libertà, era racchiuso in venticinque dollari e un mucchio di paura.
​Si guardò le mani. Erano sporche di polvere da sparo e di quel fluido scuro che non sapeva se fosse olio o sangue. Cominciò a piangere. Non era il pianto di un uomo triste; era il pianto isterico, spezzato, di chi sa di essere caduto in un buco così profondo che la luce del sole non lo raggiungerà mai più.
​Prese la pistola. Voleva lanciarla nella palude, farla sparire nel fango nero insieme ai suoi peccati. Ma una parte di lui, quella parte animale che ora gestiva i comandi, gli disse che senza quel pezzo di ferro era solo un bersaglio facile.
​In lontananza, sopra il rumore del vento e della pioggia, arrivò il primo suono. Un suono sottile, acuto, che saliva e scendeva di tono.
​Wooo-wooo-wooo.
​Le sirene. Non erano quelle della polizia locale di Mahwah. Erano le sirene pesanti, a doppia tonalità, della Polizia di Stato del New Jersey. Stavano arrivando da nord, muovendosi lungo la Route 17 come una muta di cani da caccia che ha fiutato il sangue sulla scia della ruggine.
​VII.
​Ralph spense la luce interna. Il buio tornò a inghiottirlo, ma stavolta era un buio pieno di luci rosse e blu che cominciavano a riflettersi sulle nuvole basse in lontananza.
​Sapeva che l'uomo della Nova aveva dato la descrizione della sua Chevy. Una portiera di colore diverso era una firma troppo facile da scovare, anche nella notte del New Jersey. Non poteva tornare a casa. Non poteva andare da Henderson con venticinque dollari. Non poteva fare nulla se non continuare a muoversi.
​Ingranò la marcia. La Chevy si mosse lentamente fuori dal rifugio del cavalcavia, con le ruote che affondavano nel fango della palude.
​«Va bene», disse Ralph, asciugandosi le lacrime con la manica della giacca bagnata. La sua voce era cambiata. Non era più la voce dell'operaio licenziato, e nemmeno quella del ladro spaventato. Era la voce del fantasma che stava diventando. «Se volete prendermi, dovrete venire a cercarmi nel fango».
​Svoltò verso i boschi di Club Front, dove le strade non avevano nome e la notte apparteneva solo a chi non aveva più nulla da perdere.
​[La storia continua con la quarta puntata: "La Caccia di Club Front"]
Maurizio Springsteen

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