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 Oggetto del messaggio: The Promise on the edge of Darkness
 Messaggio Inviato: venerdì 12 novembre 2010, 12:56 
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Su un altro forum, discutendo di The Promise, un utente mi aveva chiesto chiarimenti sul perché - secondo me - più che dalla causa legale l'esclusione di The Promise dal Darkness on the edge of town fosse stata dettata da ragioni di ordine testuale. La mia risposta era stata (probabilmente a ragione :sad: ) del tutto snobbata :oops: , forse perché inserita in un topic assai eterogeneo e multimediale. Un po' mi dispiace perché poteva nascerne una discussione interessante. Mi permetto così di riproporre il testo di seguito, scusandomi d'anticipo per l' "egocentrismo" dell'operazione. :razz:

Mettiamola così, prendendola alla larga :razz: : nell’introduzione di Songs a Darkness on the edge of town, Springsteen scrive (era il 1998, ma copio da Repubblica di domenica): “Volevo che i miei nuovi protagonisti si sentissero logorati, invecchiati, ma non sconfitti”, per poi concludere "Tonight I'll be on that hill, stasera sarò su quella collina, indica che i miei personaggi sono sì incerti sul loro destino, ma saldi, determinati". Questo da solo bastarebbe a spiegare il "sacrificio" di un testo come quello The Promise.
Se non fosse sufficiente, sul New York Times dello scorso 4 novembre, Springsteen rende ancor più esplicito il concetto, dicendo, a riguardo di The Promise: “It was a song about defeat, and it was self-referential, which made me uncomfortable” e poco più avanti “I didn’t want it to overtake the album, which, in the end, was not my personal story. I wanted ‘Darkness’ to be completely independent of that. So I left it off.”
Ora, Dave Marsh nel suo Born to run ci racconta che The Promise (al pari di Don’t Look Back) sarebbe stata in ballattaggio per l’inclusione nell’album fino all’ultimo momento, ma che alla fine le fu preferita Darkness on the edge of town. Mentre quest’ultima rappresentava appieno l’idea espressa nell’introduzione di Songs, The Promise - come pochissime altre canzoni in Springsteen - era una canzone di completa autocommiserazione. Di epico aveva solo l’arrangiamento full-band delle Darkness sessions. E non è un caso, io credo, che quando Bruce l’avrebbe infine pubblicata nel 1999, le avrebbe dato un arrangiamento dimesso assai più in sintonia con le parole della canzone. Certo, forse voleva “salvarsi” la versione full-band per altri scopi (così come aveva escluso The Fever e None But The Brave da Tracks...) ma è pur vero che, salvo rarissime eccezioni, dal vivo The Promise era sempre stata eseguita nella sua veste solo-piano. Come dire: quel testo e quel tono non dovevano convincere del tutto l’autore. Al tal riguardo mi sembra davvero indicativo il fatto che, quando finalmente Bruce decide di pubblicare la versione “epica” full-band, che cosa fa? Ne usa una versione che dà un bel colpo di spugna agli ultimi quattro versi (estremamente intrigante l'annotazione "-4 lines" accanto al titolo The Promise nel PDF pubblicitario del cofanetto) Certo, può trattarsi di una scelta di carattere musicale, per conferire al cantato maggior slancio prima del “ritornello” conclusivo “Thunder roooaaad, eccetera, eccetera”; ma è pur vero che I followed that dream through the southwestern flats / That dead ends in two-bit bars / And when the promise was broken I was far away from home / Sleepin' in the back seat of a borrowed car erano i versi che più enfatizzavano la sconfitta del protagonista. Se l’accompagnamento dev’essere full-band, sembra di capire, che almeno il testo suoni meno rassegnato.
C’è poi il problema del testo di The Promise in quanto tale, e di cui Springsteen, probabilmente, non è mai stato del tutto convinto. Difatti, sembra modificarlo ad ogni incisione.
Si è detto dei quattro versi tagliati dalla versione full-band rispetto alla quella di 18 Tracks; se poi confrontiamo queste due versioni con quella del video in studio del 1978, notiamo altre differenze di sostanza: l’attacco della terza strofa “molla” il mondo delle corse e svolta su un più neutro Well my daddy taught me how to walk quiet and how to make my peace with the past / I learned real good to tighten up inside and I don't say nothing unless I'm asked. Questa variante - con lievi ritocchi - sarà quella che Bruce proporrà dal vivo nel 1978, per ritornare però a I won big once and I hit the coast, oh but somehow I paid the big cost / Inside I felt like I was carrying the broken spirits of all the other ones who lost per la versione solo-piano del 1999. Ossia: Springsteen sa di aver per le mani un capolavoro potenziale, ma non riesce a trovare la quadratura del cerchio.
Paradossalmente, anche le allusioni alla causa legale, che alcuni giornalisti vollero coglierci nel tour del 1976, trovano una giustificazione nella parziale “incompiutezza” del testo. Proviamo a chiediamoci: perché proprio The Promise – e non, che ne so, Something in the night deve parlare dei problemi con Appel?
- Perché era nuova e rassegnata; d’accordo.
- Perché alludeva alla musica; ok.
- Perché parlava di promesse tradite e alludeva a Thunder road, e va bene.
Ma forse, e al di là di tutte queste validissime ragioni, il motivo per cui ci si è visto dietro qualcosa di taciuto e personale è che la canzone - qua e là – manca di focus se non di coerenza. Tutto è intuibile certo, ma nulla risulta davvero chiaro.
Vediamo un po’: si comincia col parlare di fabbriche e di una band, si allude ad amici e/o amanti che non avranno poi ruolo alcuno (o quasi) nel vicenda; (Johnny works in a factory and Billy works downtown / Terry works in a rock and roll band lookin' for that million-dollar sound). Si passa a descrivere l’accidia (peccato capitale, tantopiù in Springsteen!) del protagonista, finendo col tamponare Racing in the Street (And I drove a Challenger down Route 9 through the dead ends and all the bad scenes / And when the promise was broken, I cashed in a few of my own dreams/ Well now I built that Challenger by myself). Non contenti, si vende la macchina (per soldi), e si rivela un segreto – destinato però a rimanere tale – per responsabilità propria (I lived a secret I should'a kept to myself, but I got drunk one night and I told it) e si passa a descrivere, in astratto, la disillusione della vita (All my life I fought this fight, the fight that no man can ever win / Every day it just gets harder to live this dream I'm believing in). Tutto questo ancor prima di arrivare alla terza strofa - quella “mutante” fra le corse e il Daddy - e senza considerare le implicazioni di un ritornello che cita ancora un’altra canzone (un’autocitazione per di più, che oggi può apparire epica, ma che allora non doveva essere il top del buon gusto per un musicista con un solo successo alle spalle).
A causa di tutta questa indeterminatezza testuale, non c’è da stupirsi se qualcuno abbia finito per legare la canzone alla cronaca del tempo facendone un’allegoria della causa legale: era la scorciatoia più comoda per riannodare tutti i capi sciolti. Ma il “torto” di The Promise più che di ordine giuridico, era di ordine testuale.

Intendiamoci: The Promise funziona benissimo anche così com’è, e non sarebbe certo la sola canzone di Springsteen a “vivere di allusioni” (pensiamo, per assurdo, alla stessa Darkness on the edge of town). La sua “sfortuna” e però che nel contesto dell'album del '78, dove la selezione è spietata ed ogni nota deve virtualmente lottare per la sopravvivenza, l’incompiutezza equivale ad una condanna. Ad imporsi sono solo le canzoni che meglio si adattano al tema specifico dell’album e che sono nel contempo le più “evolute” stilisticamente. E non è un caso, io credo, che su Darkness on the edge of town ci finisca la sorella più riuscita di The Promise, Racing in the street. Sempre dal paragrafo introduttivo su Songs: “Per personalizzare Racing e gli altri titoli dovevo infondere nella musica le mie speranze e le mie paure. Altrimenti i personaggi suonano falsi, e resta solo la retorica, parole vuote di significato” (mentre in The Promise la "retorica" ha di certo la meglio sulla trama...). D’accordo, la scelta effettiva era fra The Promise e Darkness on the edge of town, non Racing in the street; ma quello che alla fine favorisce la futura title-track è la sua “compatibilità” sull’album proprio con Racing in the street. Un album di dieci canzoni non avrebbe tollerato la presenza contemporanea di due ballate di soggetto identico come The Promise e Racing in the Street. Ma mentre con la prima si “naviga a vista”, la seconda è un capolavoro di coerenza narrativa. Era inevitabile quindi, al di là di Appel, dell’autobiografia e delle cause legali - che The Promise restasse fuori dall’album.

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Ultima modifica di Gian il venerdì 12 novembre 2010, 18:39, modificato 6 volte in totale.

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 Messaggio Inviato: venerdì 12 novembre 2010, 17:02 
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Concordo e aggiungo che ho sempre considerato The Promise debole proprio come testo e quindi la versione solo per pianoforte non mi ha mai detto molto. Al contrario la/le version full band mi hanno sempre emozionato per l'intensità e la compiutezza musicale. Credo che in fondo la "bellezza" e il fascino del pezzo siano in quello che la canzone significava per Bruce, mentre la cantava e la incideva in studio a prescindere dal valore in sè. Anche per questo la versione asettica di 18 tracks mi trasmette poco...

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 Messaggio Inviato: venerdì 12 novembre 2010, 19:16 
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petrus99 ha scritto:
aggiungo che ho sempre considerato The Promise debole proprio come testo

Personalmente non ho mai trovato The Promise "debole" come testo, bensì forse troppo "vera", troppo "diretta" (ovviamente perché, in quanto fan, so/sappiamo troppo di quella canzone, di quel periodo ecc.).
Estrapolandola dal contesto personale di Bruce ed ascoltandola da fruitore normale di musica e non da fan, come ho già detto in un altro topic, sicuramente la versione del '99 è quella che mi convince di più, proprio per la compenetrazione testo-musica, che non riesco invece a cogliere nella versione del '78.


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rud krol ha scritto:
petrus99 ha scritto:
aggiungo che ho sempre considerato The Promise debole proprio come testo

Personalmente non ho mai trovato The Promise "debole" come testo, bensì forse troppo "vera", troppo "diretta" (ovviamente perché, in quanto fan, so/sappiamo troppo di quella canzone, di quel periodo ecc.).
Estrapolandola dal contesto personale di Bruce ed ascoltandola da fruitore normale di musica e non da fan, come ho già detto in un altro topic, sicuramente la versione del '99 è quella che mi convince di più, proprio per la compenetrazione testo-musica, che non riesco invece a cogliere nella versione del '78.


Beh, definirlo “debole” è forse ingeneroso. Io direi che il testo non è del tutto “riuscito”. E soprattutto è quel tipo di testo che, all’altezza di Darkness on the edge of town risulta oramai “datato”.
Paradossalmente i punti deboli di The Promise mostrano benissimo i progressi cantautoriali di Springsteen fra il ’76 e il ‘78, e quale “distanza stilistica” vi sia fra un album come Born to run e Darkness on the edge of town. E ancora una volta mi pare assai indicativo il confronto fra The Promise e Racing in the Street.
Uno dei pregi maggiori di Jungleland, per quanto indiretto, è quello di sugellare Born to run portandosi via tutto quanto costellava i primi tre dischi di Springsteen. Quando Springsteen sarebbe ritornato nei negozi nel ‘78, dei vari Spanish Johnny, Crazy Janey, Terry e Wild Billy non vi sarebbe stata più traccia. Ci sarebbero stati ovviamente peronaggi maschili e femminili, ma molto meno profilati ed ingombranti. Questo da solo ha contribuito non poco a far apparire la scrittura di Darkness on the edge of town più adulta, consentendo a Springsteen di trattare temi individuali che apparissero generali al tempo stesso. In Racing in the Street ci sono i medesimi personaggi (e il medesimo setting!) di Thunder road, ma il fatto di non parlare di Mary ma di una semplice little girl rende la vicenda universale.
The Promise, di fatto una versione precedente della ballata che Racing in the Street sarebbe stata, rappresenta invece uno stadio anteriore in questo percorso creativo: un momento in cui Springsteen non aveva ancora preso la decisione che avrebbe condizionato la sua intera carriera di songwriter: quella di non guardarsi indetro mai (un aspetto fondamentale, ma di cui si parla pochissimo...)
Per cui ecco che in The Promise, Bruce ripartiva da Born to run (e se ci pensiamo, era inevitabile che così fosse): riecco i soliti personaggi, anche se l’intento è quello di descrivere una realtà assai diversa e più matura. Il risultato è che, così facendo, Johnny, Billy e Terry si riducono all’inutile ruolo di comparsa: Johnny lavora in fabbrica, e deve fare parecchi straordinari, perché di lui nella canzone non vi sarà più traccia; Pure Billy dev’essere assai impegnato downtown, perché a lui si alluderà, in maniera assai criptica, solo nella battuta conclusiva “Billy and me we'd always say / Thunder Road, we were gonna take it all and throw it all away” (che, a voler esser cattivi, non si capisce a cosa si riferisca, visto che la Challenger se l’era costruita il protagonista da solo). Terry, se è uomo deve fare show-maratona più lunghi di quelli di Springsteen, dato che nella canzone non ritorna; se è donna, ed è la baby a cui allude il ritornello "Thunder road, baby you were so right", beh... spiegatelo un po’ voi a Mary...
A parte le battute, quel che voglio dire è che per la trama di The Promise questi richiami al passato finiscono per rappresentare solo dell’inutile zavorra. Sulla ballata che finirà su Darkness on the edge of town i medesimi rimandi a Thunder road saranno altrettanto forti, ma non saranno mai smaccati. Si coglieranno soltanto in filigrana (“She sits on the porch of her daddy's house / But all her pretty dreams are torn / She stares off alone into the night / With the eyes of one who hates for just being born / For all the shut down strangers and hot rod angels / Rumbling through this promised land”) facendo di Racing in the street un pezzo a se stante.
Un discorso simile a quello dei peronaggi, riguarda l’eccesso di retorica in The Promise. Una retorica che è praticamente assente nella sua gemella. O meglio: quando Racing in the streets si concede alla retorica, lo fa con alcuni dei versi più memorabili della produzione springsteeniana, che la mitigano con un ancoraggio ferreo alla realtà: “Some guys they just give up living / And start dying little by little, piece by piece / Some guys come home from work and wash up / And go racin' in the street"). Al contrario, The Promise ha probabilmente i suoi versi più riusciti in “All my life I fought this fight / The fight that no man can never win / Every day it just gets harder to live / This dream I'm believing in” oppure in “When the promise is broken you go on living / But it steals something from down in your soul / Like when the truth is spoken and it don't make no difference / Something in your heart goes cold”; passi assai evocativi per carità, ma completamente astratti. E soprattutto, se non sono supportati da una trama solida, versi di questo tipo suonano vuoti, infinitamente retorici come dice Springsteen in Songs.

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Good-luck, Goodbye


Ultima modifica di Gian il domenica 14 novembre 2010, 23:13, modificato 2 volte in totale.

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A me The promise ha sempre fatto emozionare proprio per questo motivo: ha un testo personale, diretto. L'interprete si spoglia di ogni vincolo narrativo, fantasioso o celato per mostrare il suo vero "Io" interiore. È una canzone che aveva la necessità di scrivere. Il momento della composizione di The promise me lo sono sempre immaginato con Bruce magari in strada o su una panchina, aspettando la metro o guardando le vetrine di un negozio, mentre la gente gli passa accanto in un'apparente felicità. Ha avuto, sempre secondo me, il bisogno di scrivere quella canzone. Poco importa se alluda o meno alla disputa legale con Appel; io l'ho sempre vista come una dimostrazione che "le cose vanno bene, amico, ma come iniziano, finiscono". E possono far male.
Quindi, rispettando ovviamente le opinioni di tutti, il suo non lo considero affatto un testo debole. Forse più diretto e quindi, forse, insolito. Ma è comunque un gran testo, sempre secondo me.

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 Messaggio Inviato: domenica 14 novembre 2010, 17:35 
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Gian ha scritto:
Beh, definirlo “debole” è forse ingeneroso. Io direi che il testo non è del tutto “riuscito”.
[...]

Guarda mi va benissimo il "non del tutto riuscito". Mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa.
Non so perchè ma mi è venuto in mente chi -forse Dave Marsh- faceva notare che il testo di Downbound train non era molto riuscito perchè il personaggio cambiava 3 lavori in pochi versi.

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 Messaggio Inviato: domenica 14 novembre 2010, 20:57 
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petrus99 ha scritto:
Gian ha scritto:
Beh, definirlo “debole” è forse ingeneroso. Io direi che il testo non è del tutto “riuscito”.
[...]

Guarda mi va benissimo il "non del tutto riuscito". Mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa.
Non so perchè ma mi è venuto in mente chi -forse Dave Marsh- faceva notare che il testo di Downbound train non era molto riuscito perchè il personaggio cambiava 3 lavori in pochi versi.


Questa di Marsh non la ricordavo: :razz: verrà da Glory Days? Sappiamo quale sia la reverenza (interessata) di Marsh nei confronti di Springsteen, e quanto rare siano le sue critiche. Bisognerebbe sapere che cos'ha scritto davvero, ma probabilmente la sua critica non era del tutto peregrina. Ossia, non credo che il problema di Downtown Train siano i tre lavori in sé (il primo lo perde suo malgrado, e il secondo lo accetta per campare), ma che cosa costringe Joe al terzo: non è certo la violazione di domicilio che giustifica la condanna ai lavori forzati della terza strofa (Now I swing a sledge hammer on a railroad gang / Knocking down them cross ties, working in the rain). Qui effettivamente Downbound Train denota una certa debolezza narrativa; tantopiù se si considera che l'identica sorte (in maniera altrettanto esagerata, ma comica) era toccata al protagnosita della canzone precedente sull'album, Working on the highway.
The Promise invece, a parer mio, soffre di un difetto differente: quello della mancanza di focus o di "determinatezza", un destino che la accomuna ad altre grandi escluse come Frankie, Brothers under the bridges ('83) e, in parte, anche la splendida None But The Brave.

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 Messaggio Inviato: lunedì 22 novembre 2010, 23:39 
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che dire, è sempre un piacere leggerti Gian..prima o poi dovrai scrivere un libro su Bruce!
ricordo anche un tuo bellissimo intervento di qualche tempo fa sulla simmetria dell'album Darkness dove trattavi anche di The Promise..
A me la canzone è sempre piaciuta in tutte le sue vesti.. ho sempre considerato il Thunder Road del ritornello come l'emblema della sua incompiutezza del testo e del suo essere outtake..ok la citazione (che cmq non credo potesse essere accettabile se la canzone fosse stata pubblicata), ma ho spesso pensato che fosse un pò buttato lì come accade in varie work in progress dove si usa il testo di un'altra canzone e viceversa..


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